Memoji Review speciale Premio Strega 2021 n. 3

L’espressione del volto dice tutto ed è migliore di mille parole! Questo è lo spirito che accompagna la rubrica Memoji Review. In occasione del Premio Strega vi propongo una serie di articoli dedicati ai dodici libri candidati per l’edizione di quest’anno.

Continua il nostro viaggio alla scoperta della dozzina della LXXV edizione del Premio Strega. In questo Memoji Review vi parlerò di Le ripetizioni di Giulio Mozzi e di L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito.

Giulio Mozzi – Le ripetizioni

stupore

IMG_4745Le ripetizioni non è un libro facile. È la storia di Mario e di tanti piccoli eventi della sua vita in cui la data del 17 giugno si ripropone in continuazione. Il romanzo non ha una struttura lineare e il lettore si trova a dover fare pratica di montaggio nonché a doversi districare tra le varie vicende che si ripetono sempre diverse. Mario si contraddice. Mario si smentisce. Mario non bada a ciò che è vero e a ciò che non lo è. Mario non bada al tempo:

“Il tempo è una somma di infinite ripetizioni con minime variazioni conducono alla cancellazione di tutto. Presto o tardi. Per il tempo, presto o tardi non fa differenza. Per il tempo, ora è come qualsiasi allora.”

Mario vive tre vite. Una a Roma con Bianca la madre – ma è davvero sua? – della figlia Agnese; una a Torino con Viola – che a sua volta ha una vita segreta, non già donna da sposare ma donna che Mario vuole sposare –  e in ultimo una relazione con Santiago, il diavolo in persona.

Anche la genesi del romanzo non è facile. Giulio Mozzi ci lavora ininterrottamente dal 1998, «con lunghi periodi anche di oblio», tornandoci su nel 2018 e portando a compimento l’opera tra giugno e luglio 2020.

L’idea che mi sono fatta – molto probabilmente a torto – è che la prima parte del romanzo abbia uno stile diverso dal prosieguo. Le proposizioni incidentali sono moltissime e spezzano il filo della narrazione. C’è come la necessità dell’autore di spiegare, aggiungere informazioni, indagare più a fondo il personaggio a scapito della linearità del racconto. In realtà tutto il romanzo rifugge la linearità. Non a caso il titolo è Le ripetizioni. Comunque, questa tendenza a soffermarsi su tutto, a lungo andare si affievolisce, come se l’autore cambiasse stile o più semplicemente, forse, giudicasse il lettore pronto ad andare avanti da solo, senza troppe pause esplicatrici. Chissà!

Ma il lettore è davvero pronto a ciò che lo attende? Il romanzo come già detto non è affatto semplice. Una storia apre un’altra storia che apre un’altra storia, in un gioco di scatole che si aprono e si chiudono. Succede tutto o nulla. Non c’è una vera e propria trama e non c’è un’evoluzione dei personaggi. Ma in questo romanzo che è l’antitesi del romanzo stesso c’è tanta metaletteratura. Mario è uno scrittore mediocre che per vivere lavora nell’editoria. Ama leggere i romanzi lunghi e innesca il meccanismo del ricordo (del tempo perduto) partendo da una fotografia, la sua madeleine.

Il motivo della mia memoji dagli occhi strabuzzanti e la bocca aperta in un’esclamazione di stupito terrore sta nel fatto che le immagini violentemente descritte con dovizia di particolari mi hanno turbata parecchio. Oggi siamo continuamente bombardati dalla violenza, in tv, al cinema, nelle serie che tanto ci piacciono. Siamo quasi anestetizzati ma un limite c’è e quell’ «adesso basta» che chiude il romanzo è il grido disperato del lettore.

Giulia Caminito – L’acqua del lago non è mai dolce

innamorata

IMG_4746Questo romanzo mi ha colpita dritta al cuore!

L’acqua del lago non è mai dolce è la storia di Gaia. Il suo nome lo scopriamo tardi e indirettamente. È un nome che non la rispecchia perché la vita non è generosa con lei e di spensieratezza, nella sua esistenza, ce n’è ben poca. Gaia vive a Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano con il padre disabile, a causa di un incidente sul lavoro, una madre forte, autoritaria e battagliera e tre fratelli. Gaia non è Giulia, l’autrice ci tiene a precisarlo:

“Questa non è una biografia, né una autobiografia, né una autofiction, questa è una storia che ha ingoiato frammenti di tante vite per provare a farne una narrazione, il racconto degli anni in cui sono cresciuta, dei dolori che ho solo circumnavigato e di quelli che ho attraversato.”

Nonostante ciò le storie che racconta sono quelle di personaggi che nascono da figure realmente esistite e la verità del tempo, dei luoghi, degli eventi e delle emozioni è così tangibile da travolgermi pagina dopo pagina. Forse il romanzo mi ha toccata particolarmente perché gli anni narrati da Giulia Caminito sono anche i miei. A travolgermi sono i sentimenti, come l’autrice delinea i personaggi, come descrive situazioni forti accennandole appena ma donando a quella manciata di parole una potenza incredibile. Anche  le immagini più eccessive e spettacolari, come l’esplosione di zucchero a velo durante il pranzo di Natale, sono belle e cariche di significato. Il crescendo di voci che si intrecciano, gli sguardi sofferenti e le azioni convulse:

“Da quando siamo andati via da là è finita questa famiglia, è finito tutto, conclude mio fratello e ci tira giù, ci fa affondare. La busta esplode, va in pezzi, e la nuvola di zucchero a velo scoppia nella cucina, sopra i bicchieri, sulla carne avanzata, nella verdura, copre le decorazioni, spegne le candele, fa starnutire i bambini. Il pandoro è a terra e nessuno ha aperto i regali.”

Mi travolgono i moti dell’animo della protagonista tra delusioni, risentimenti, senso di rivalsa e di inadeguatezza e le mille difficoltà della crescita:

”Di cosa accade del mondo io non ho coscienza, vivo nel limbo tra le mie cadute e le mie imprevedibili rivincite.”

Se c’è una parola che mi fa pensare a questo romanzo è ‘dolore’, quel dolore che hai il piacere di provare perché ti smuove qualcosa dentro, qualcosa che senti necessario. Come quando dinanzi a un bel tramonto ti commuovi mentre il giorno muore.


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