La mia visita al confine con la Corea del Nord e qualche consiglio di lettura

La rubrica BAGAGLI CULTURALI nasce dalla mia passione per la lettura e per i viaggi, con lo scopo di fornire ai lettori un punto di vista insolito per i propri itinerari. Nel precedente appuntamento dedicato alla Corea del Sud abbiamo iniziato a riempire “la valigia da stiva” con i libri per conoscere la storia di questo Paese. In questo articolo restiamo in tema storico perché vi voglio raccontare la mia visita al confine più militarizzato al mondo e consigliarvi qualche libro per introdurvi alle atmosfere della Corea del Nord.

Nei precedenti articoli dedicati alla Corea vi ho raccontato i motivi che mi hanno spinta a partire e i libri ai quali mi sono affidata per preparare il mio itinerario di viaggio. In questo articolo invece vi voglio raccontare una delle esperienze da mettere nella top five delle cose da fare in Corea del Sud.

Sicuramente sarete al corrente che il confine con la Corea del Nord è ormai chiuso da un po’ e non è possibile viaggiare per turismo. Non che prima della chiusura ci fossero file interminabili di turisti come quelle per la navetta alle Tre cime di Lavaredo, intendiamoci, ma comunque un minimo di apertura c’era, super controllata che neanche i mafiosi al 41bis, ma c’era.

Sicuramente conoscerete la delicata situazione mai risolta tra le due Coree nonostante l’armistizio del 1953. Per chi non lo sapesse, di fatto le due Coree sono ancora in guerra, non hanno mai firmato un trattato di pace e la riunificazione risulta sempre più lontana dal concretizzarsi. Potrei aprire una parentesi molto molto lunga sulla guerra di Corea, ma state tranquilli, non lo farò. Gli sciroccati come me che vogliono crogiolarsi con questi argomenti, eventualmente, possono leggere i manuali di storia che ho consigliato qui.

Dopo l’armistizio del 1953 venne istituita la cosiddetta DMZ cioè la zona demilitarizzata. Questa dicitura sembrerebbe un controsenso considerando che stiamo parlando del confine più militarizzato al mondo e che ogni tre per due ci sono cartelli che ci ricordano la presenza di mine ovunque. Ma in cosa consiste concretamente? È una fascia di quattro chilometri (due chilometri a Sud e due a Nord), lunga circa 250, che separa le due Coree e funge da zona cuscinetto. In questa zona c’è l’area di sicurezza congiunta (JSA) dove avvengono gli incontri tra le due Coree sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Per capirci è il luogo dove è stata scattata la storica foto tra Kim Jon-Un e Donald Trump. Questa zona fino a poco tempo fa era visitabile e in pratica è l’unico punto in cui tecnicamente si poteva sostare, per metà, in territorio nord-coreano. Oggi che i rapporti sono tornati tesi, la JSA purtroppo è interdetta al pubblico.

Prima di raccontarvi la mia esperienza nella DMZ, vi vorrei consigliare, oltre ai tantissimi video che potete trovare tranquillamente su YouTube, anche due interessanti testimonianze: quella di Barbara J. Zitwer, agente letteraria americana, che nel suo libro Il pensiero coreano descrive la visita al confine e il racconto del tour dello scrittore e giornalista colombiano Andreas Felipe Solano, narrato nell’articolo dal titolo Dmz, contenuto nel volume The passenger – Corea del Sud. E poi ci sono io, con il mio compagno di viaggio e di vita che una mattina di luglio, sotto un cielo grigio minacciante pioggia battente e una gradevolissima temperatura percepita di trentotto gradi – ma d’altronde il confine coincide con il trentottesimo parallelo perciò chiamiamola coincidenza – ci stavamo avviando in direzione uscita 8 della metropolitana di Myeongdong, per raggiungere il bus che ci avrebbe portato ad un tiro di schioppo da Kim Jong-un e le sue testate nucleari.

Screenshottata che non si poteva non fare. E quando mi ricapita?!?

La DMZ si può visitare solo prenotando un tour guidato. Online ci sono numerose soluzioni tra le quali scegliere: tour di mezza giornata, visite più lunghe con escursioni aggiuntive, tour privati, insomma ce n’è per tutte le esigenze. È obbligatorio portare con sé il passaporto perché i militari lo controllano sia all’ingresso che all’uscita. Io ho prenotato sul sito GetYourGuide un tour di 7/9 ore che comprende anche un’ escursione sul monte Gamaksan dove c’è un rilassante ponte tibetano, sospeso ad appena 45 metri di altezza, lungo solo 150 metri che balla come Shakira nell’halftime show della finale dei mondiali. Per raggiungerlo c’è un piacevolissimo sentiero in salita dove abbandonare semplicemente un polmone, ma c’è la possibilità di lasciarci le penne quindi tutto sommato: voto dieci!

Il tour che abbiamo scelto prevede diverse attività tra cui l’incontro con una disertrice nordcoreana, alla quale si possono fare alcune domande. La nostra guida Paul inoltre ci ha anche raccontato diversi aneddoti interessanti che riguardano lui e la sua famiglia, spiegandoci tutto ciò che c’è da sapere sulla DMZ e il dramma che vive quotidianamente questo popolo diviso. Vi consiglio di prenotare un tour con lui perché oltre ad essere molto preparato è anche simpaticissimo, uno stand-up comedian k-drama style!

La visita prevede anche una capatina all’osservatorio di Dora, il punto panoramico da cui è possibile sbirciare la Corea del Nord, più precisamente il villaggio fittizio che i nordcoreani hanno costruito a ridosso del confine, con la consapevolezza di essere osservati. Mi ha fatto venire in mente le piattaforme di osservazione a Berlino Ovest da cui i turisti, negli anni ’80, sbirciavano oltre il muro.

Purtroppo, in molti punti della DMZ, non è più possibile scattare foto. Le guide raccomandano proprio di non farsi vedere con dispositivi elettronici in mano. È severamente vietato filmare e fotografare le basi militari, i militari stessi e soprattutto la Corea del Nord, pertanto le foto all’osservatorio sono off-limits. I vicini del nord non gradiscono e un paio di anni fa per mettere in chiaro questo punto hanno pensato bene di inviare palloncini ripieni di escrementi verso il confine. Il messaggio è stato recepito forte e chiaro!

Cosa ho visto di tanto segreto al di là del confine? Diversi edifici che sembravano abbandonati – non perché lasciati all’incuria bensì deserti, proprio poiché, come vi dicevo, quello è un villaggio di facciata –; qualche persona nei campi e a bordo di alcune biciclette che si contavano sulle dita di una mano; un camion che sembrava fare un percorso programmato e soprattutto la famosa bandiera nordcoreana che svetta su una torre altissima, in risposta alla bandiera sudcoreana al di là del confine. La bandiera del Sud sarà pure issata su una torre più bassa, ma è molto più grande dell’altra, perché i fratelli coreani divisi si intrattengono con scaramucce da bambini.

Le foto dal binocolo dell’osservatorio di Dora che vedete in questo articolo sono state scattate dalla mitica guida Paul quando ancora era possibile scattare fotografie e riproducono fedelmente ciò che ho visto con i miei occhi.

Un altro luogo che vale il viaggio è sicuramente il terzo tunnel di infiltrazione, un tunnel che la Corea del Sud ha scoperto grazie alla soffiata di un disertore nordcoreano. I coreani del Nord hanno poi fatto sapere che si trattava di un tunnel per l’estrazione del carbone, ma i fratelli del Sud non se la sono bevuta. Oggi è possibile visitarlo e raggiungere i pochissimi metri che separano le due Coree. La visita non è per tutti, infatti si scende a una profondità di oltre 70 metri, percorrendo circa 300 metri caratterizzati da una ripida discesa. Che bello scendere nelle viscere della Terra, con la consapevolezza che poi quegli emozionanti 300 metri vanno rifatti in salita! L’ultima parte del tunnel è un po’ stretta e coloro che non sono nanetti da giardino come me devono abbassarsi e stare attenti. Ogni tanto infatti si sente risuonare qualche sonora testata che giustifica gli elmetti distribuiti all’inizio del tunnel. Menzione speciale per l’acqua della sorgente che si può bere all’interno del tunnel: buonissima! Certo, mentre la bevevo pensavo: “Non è che siccome ti sei risparmiata la commozione cerebrale, un infarto fulminante e una bella congestione – nel tunnel c’erano all’incirca dieci gradi – devi per forza sfidare la sorte con l’acqua potenzialmente radioattiva di Kim!” ma, che vi devo dire? Quando sei in ballo, devi ballare e… salire i trecento metri senza stramazzare a terra!

Il terzo tunnel

Per gli intrepidi lettori che sono giunti fin qui, è il momento di dispensare un paio di consigli di lettura in salsa nordcoreana. Ecco a voi un paio di libri da mettere in valigia per prepararsi a quest’avventura, ma prima devo fare una piccola premessa. Le storie dei profughi nordcoreani ci raccontano il dramma di chi ha rischiato tutto per fuggire, lasciandosi dietro la propria vita, le proprie origini, le proprie famiglie. Verificare quelle storie è praticamente impossibile, considerando che dal Nord non giungono molte notizie. Il rischio è che spesso queste storie vengano ingigantite se non inventate di sana pianta – come nel caso di Fuga dal campo 14 di Shin Dong-hyuk, o di altri autori di cui possiamo leggere nell’articolo Vite da defector di Junko Terao, contenuto nel volume di The passenger sulla Corea del Sud – minando la credibilità di chi davvero ha passato l’inferno. Le letture che vi consiglio non parlano di sensazionalistiche fughe rocambolesche o di torture ai limiti dell’immaginabile ma ci forniscono testimonianze concrete di ciò che è la vita al di là del trentottesimo parallelo.

La ragazza dai sette nomi è la storia di Lee Hyeon-seo, una ragazza nata e cresciuta in Corea del Nord che all’età di diciassette anni, nel 1997, attraversa il fiume ghiacciato che separa la sua terra dalla Cina e, un po’ per curiosità, un po’ per caso si ritrova catapultata in un altro mondo. A casa non può più tornare e inizia così un’avventura dura e pericolosa. I disertori infatti attraversano la Cina, dove sono trattati da clandestini e il rischio di essere rimandati indietro da traditori è altissimo; raggiungono il sud-est asiatico e infine la Corea del Sud, in un viaggio che può durare anche diversi anni se non si hanno le risorse economiche per affrontarlo. 

Ho letto questo memoir qualche anno fa e tra le tante cose che mi hanno colpito e che ancora oggi ricordo, ce ne sono due in particolare: la reverenza incondizionata per la famiglia Kim e il vivere praticamente fuori dal mondo. All’inizio del libro l’autrice racconta di un incendio che distrusse la sua casa e di come suo padre rischiò la vita per rientrare all’interno dell’edificio a recuperare i ritratti dei Kim, ritratti che devono sempre essere presenti in ogni casa e sempre appesi in modo perfetto. Invece quando dico “vivere fuori dal mondo” intendo ad esempio lo stupore della madre dell’autrice alle prese con il bancomat: 

“I primi giorni di libertà di mia madre nel mondo sviluppato furono contrassegnati da una serie di piccoli miracoli. Mamma lottava per restare al passo. A Dongdaemun, un popolare mercato notturno pieno di bancarelle di cibi pronti, rimase pietrificata davanti al bancomat da cui stavo ritirando i soldi. «Non riesco proprio a capirlo» mi disse. Pensava che ci fosse un piccolo cassiere nascosto in una stanzetta al di là del muro, capace di contare le banconote a una velocità pazzesca. «Poveretto, chiuso lì dentro senza nemmeno una finestra!»

    «Omma!» dissi io scoppiando a ridere. «Ma è una macchina!»”

Bandi significa ‘lucciola’ ed è lo pseudonimo di uno scrittore della Corea del Nord che, negli anni ’90, ha scritto sette racconti a rischio della propria vita e di quella delle persone che hanno fatto uscire il manoscritto dal Paese. Vi consiglio questa raccolta perché ci dice tanto della vita a Nord del trentottesimo parallelo, ci mostra consuetudini, quotidianità, privazioni mascherate da normalità e un sottotesto costante che grida: “libertà”.

Nel prologo Bandi scrive: 

“Vivo in Corea del Nord da cinquant’anni, come un automa che parla, come un uomo attaccato al giogo. Ho scritto queste storie mosso non dal talento, ma dall’indignazione, e non ho usato penna e inchiostro, ma le mie ossa e le mie lacrime di sangue.”


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