American primeval è un meridiano di sangue

La serie western American primeval è spietata quanto basta per ricordare le atmosfere cupe del capolavoro di Cormac McCarthy Meridiano di sangue.

Chi ha amato le atmosfere di un romanzo, immergendosi a capofitto in un mondo che si accende nella testa, quando le parole si snodano tra le pagine, può capire la gioia di ritrovare di nuovo quel gusto. Può accadere in tanti modi: in un altro romanzo, in un film oppure in una serie tv, come in questo caso. E quando accade in modo casuale il sapore sembra ancora più intenso.

Vagavo su Netflix in preda allo sconforto, reduce da un susseguirsi di fiaschi, intervallati da documentari true crime che sì, intrattengono sempre, ma si portano dietro una spiacevole angoscia da curare con lunghe sedute di reel demenziali popolati di gattini supercute e polli di gomma usati a mo’ di strumenti musicali.

A un certo punto mi sono imbattuta in una miniserie western storica composta da sei puntate, uscita su Netflix il 9 gennaio 2025, ma io in quei giorni ero impegnata a invecchiare di un anno, con tutti i traumi che esso comporta, e evidentemente mi sono distratta. Nel mare magnum della serialità su piattaforma, American primeval era totalmente sfuggito al mio radar.

La storia si svolge nel 1857 e prende avvio da una vicenda realmente accaduta durante la guerra dello Utah fra i coloni mormoni e il governo federale degli Stati Uniti: il massacro di Mountain Meadows. Venerdì 11 settembre – l’ennesimo 11 settembre di sangue – un gruppo di coloni mormoni incappucciati, spacciandosi per nativi, aiutati dai veri nativi della tribù dei Paiute, assaltarono una carovana di coloni, molti dei quali addirittura mormoni come gli assassini. Morirono circa 120 persone.

Già dai primi minuti, si capisce che non stiamo guardando La signora del west. Benché adori la dottoressa Quinn, sono ben felice di constatare che con American primeval siamo su un altro pianeta. La miniserie non è paragonabile neanche alla meravigliosa 1887, il prequel di Yellowstone, che seppur feroce, risulta però una favola brutale con una vera e propria versione romantica del west.

La trama si sviluppa su più fronti. Ci sono i coloni mormoni da un lato e una madre in fuga, Sara Rowell, interpretata da Betty Gilpin , dall’altro. Sara, con il figlio Devin di appena dodici anni, deve affrontare i pericoli del west per raggiungere il marito nelle terre selvagge. Si affida a Isaac Reed, il Tim Riggins di Friday Night Lights, uomo tormentato pieno di demoni interiori, per farsi scortare nel lungo e insidioso viaggio. I pericoli sono ovunque. È la spietata legge del west

Devo dire che l’idea della famigliola da salvare mi preoccupava un bel po’ e invece mi sono ricreduta subito. Comprenderete che quando ci sono dei ragazzini con le loro mamme-orso, il confronto con Carl e Lori Grimes risulta inevitabile. Personalmente tremo al solo pensiero di ritrovarmi a guardare di nuovo qualcosa del genere. I fan di The walking dead non me ne vogliano.

La serie mescola personaggi storici realmente esistiti come ad esempio il governatore dello Utah, nonché capo della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo Giorno (che al mercato mio padre comprò), Brigham Young e personaggi inventati dal genio di Mark L. Smith, creatore della serie e sceneggiatore di diverse pellicole tra cui The Revenant.

La natura selvaggia, mozzafiato, bella e rude così come la natura terribile e spaventosa dell’animo umano non fanno che strizzare l’occhio alla durezza del capolavoro di Cormac McCarthy. Tutta la miniserie è un disumano meridiano di sangue in cui la violenza che ancora oggi pervade quelle terre sembra avere radici antiche, quelle primordiali del titolo. Anche il fanatismo religioso, che è l’altro filone portante, è attualissimo e sembra quasi di sentire, in molti dialoghi, certi invasati della terra promessa dei nostri giorni bui. American primeval ci mostra alla perfezione che la società odierna è lo specchio di quel male ancestrale che nasce dalla polvere di una stolen land.


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