Il libro dell’estate 2026: Max, Mischa e l’offensiva del Tet di Johan Harstad

Max, Mischa e l’offensiva del Tet è il libro dell’estate 2026. È sorprendente come un tomo di oltre 1200 pagine abbia catalizzato l’attenzione di tantissimi lettori. Le ragioni sono tante. Di sicuro il romanzo ha conquistato tutti perché l’opera è monumentale e ricca di riferimenti culturali ma in questo articolo vi voglio parlare di un aspetto diverso che è un po’ una mia ossessione: le locations.

Dopo il grande successo di Max, Mischa e l’offensiva del Tet, ci siamo posti tutti alcune domande. È una trovata ben riuscita della casa editrice, che ha sguinzagliato schiere di bookstagrammer pronti a spammare il libro in lungo e in largo nella rete? Si tratta semplicemente di un libro davvero bello che grazie a Sellerio, dopo 11 anni, possiamo finalmente gustare anche noi italiani? 

Forse è il caso di scomodare il rasoio di Occam perché dopo solo una manciata di pagine è chiaro il motivo di questo clamore. Semplicemente è un’opera monumentale; i riferimenti culturali spaziano dalla letteratura al cinema, al teatro all’arte figurativa in continui spunti che vale la pena approfondire; l’ambientazione newyorkese con la storia degli ultimi cinquant’anni, la guerra del Vietnam, l’11 settembre e l’uragano Sandy è affascinante; il punto di vista europeo per questo grande romanzo americano è la ciliegina sulla torta.

Open Italian history book surrounded by scenes of theater, war, cinema, art, and a tornado

Insomma, mi sono lasciata travolgere anche io dal mattone blu con Shelley Duvall in copertina e ho passato gran parte della mia estate in compagnia di Max, di Mischa, di Mordecai e di Owen. Ma in principio non potevo saperlo e la trovata pubblicitaria mi sembrava la risposta più sensata. Data la mole considerevole e le riserve iniziali avevo scelto di leggere il romanzo in digitale.

Dopo le prime cento pagine in cui fondamentalmente non accadeva nulla – c’era solo un trentacinquenne insonne che, tra una tappa e l’altra della tournée del suo spettacolo teatrale, ambientato durante un consiglio di amministrazione, parlava di Beckett e di Grotowsky – l’autore aveva già toccato le corde giuste e io avevo  già capito che avrei amato tutto.

A quel punto non volevo si ripetesse la “situazione Demon Copperhead”. 

E adesso il romanzo di Barbara Kingsolver cosa c’entra con Mischa, Max e l’offensiva del Tet? Nulla, in effetti, ma per me resta una sorta di promemoria. Anche Demon Copperhead, che è un bel mattoncino, scelsi di leggerlo in digitale perché: 

A) d’inverno – il romanzo l’ho letto durante le vacanze di Natale – la combo piumone-eBook reader è impareggiabile; 

B) la voce della coscienza, ovvero il mio Valerio Mastandrea mi sussurrava: “Non ci bastano Infinite Just e L’educazione cattolica con i loro segnalibri piantati per l’eternità rispettivamente a pagina 137 e 226? Eddaje su, nun facciamo pure sta cazzata!

Armadillo pointing toward books in a crowded study

Alla fine però mi sono pentita di non averlo letto cartaceo perché è stata una splendida lettura; inoltre, il mattone vissuto ha sempre il suo fascino! Da qui la “situazione Demon Copperhead” che, può essere applicata a ogni ambito dell’esistenza per sostituire tranquillamente la più conosciuta “ogni lasciata è persa”.

Ecco perché, dopo aver capito che lo avrei amato, ho pensato di acquistare la copia cartacea di Max e Mischa, ma, colpo di scena, il romanzo uscito il libreria il 21 luglio era irreperibile già nella prima metà di agosto. Per carità, è una notiziona per l’editoria italiana ma la ristampa risultava avere tempi biblici, quindi per me era una vera e propria tragedia. La mia impazienza mi ha fatta continuare in digitale, con buona pace del desiderio del mattone vissuto. Non potevo abbandonare i miei nuovi amici nel pieno dell’estate.

In questo articolo non troverete una recensione del romanzo. Vorrei parlarvi di un aspetto, tra gli altri, che ha contribuito a farmi amare questo libro. Chi mi conosce da un po’ sa la mia ossessione per le locations. Johan Harstad ha contribuito non poco ad alimentare questo mio disturbo compulsivo.

Johan Harstad. Foto di John Erik Riley

Karl Ove Knausgard. Foto di André Løyning
Moving truck labeled LI Moving Masters, Garden City, Long Island, 516-555-1212, Professional Moving Services, beside two people on a couch.
Foto del sito fireisland.com
Apthorp. Foto del sito JOHN SIMPSON ARCHITECTS.com
L’8311 di 165th Avenue a Howard Beach e la piscina del vicino

“poi la vidi, nascosta tra le chiome degli alberi c’era una vecchia, strana casa di legno a due o tre piani, verniciata in grigio-azzurro, la facciata rivestita di pannelli di legno e decorata da travi che formavano motivi a croci e a rombi, una scala esterna che non capivo dove cominciasse e finisse. Sembrava una baita elegante. O una specie di convento asiatico costruito e poi abbandonato da una comunità di monaci nomadi, cent’anni fa.”

È bastato posizionare Dua Lipa all’8421 di Lookout Mountain Avenue per ritrovarmi lì ad accompagnare Max e la sua valigia su quelle scale. 

Panta rei, tutto scorre. Tra una pagina e l’altra, purtroppo, è terminata l’estate. Ormai non ci resta che salutare i nuovi amici e tornare alla realtà.


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