Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez e La casa degli spiriti di Isabel Allende, due capolavori della letteratura latinoamericana, sono stati adattati per le piattaforme streaming Netflix e Prime Video. In questa nuova veste non hanno perso il loro fascino.
Negli ultimi tempi i palinsesti delle piattaforme streaming pullulano di capolavori della letteratura trasformati in serie tv. Alcuni romanzi hanno già alle spalle adattamenti cinematografici memorabili come Il Gattopardo di Luchino Visconti e La casa degli spiriti con Meryl Streep e Antonio Banderas, altri sono al primo adattamento televisivo (Cent’anni di solitudine).

Potremmo andare avanti ancora per molto e tirare in ballo i nuovi adattamenti cinematografici che hanno scaturito vere e proprie manie: Odissea (qui la mia riflessione sul film di Christopher Nolan) e Cime tempestose.
Se attingere da romanzi illustri può portare il pubblico ad avvicinarsi con curiosità alla lettura, tutto di guadagnato! Se Jacob Elordi fa andare le ragazzine in libreria e Bret Easton Ellis convince qualche adolescente a darci un taglio con lo scroll in favore di una sfogliata di pagine, c’è ancora speranza.

Le piattaforme hanno finalmente iniziato a meritarsi i miei abbonamenti perché con le ultime serie guardate sono diminuite le mie lamentele davanti alle trasposizioni dei romanzi letti. Anche il mio compagno di vita si sta rasserenando poiché deve sorbirsi minori interruzioni della visione, di solito accompagnate da lunghe elucubrazioni che esordiscono con: “e però nel libro…”. Il fatto è che ci sono soluzioni davvero insostenibili e tacere è inammissibile. Quando fanno il “polpettone”, condensano, cioè, più personaggi in un solo individuo ibrido, non posso fare altro che dare di matto. Ma come si fa a restare impassibili? Il mio compagno, d’altro canto, si ritrova nella spiacevole situazione di dover sperare in un blackout generale alla Summer of Sam che ponga fine allo strazio. In definitiva devo ammettere che Netflix e Prime, negli ultimi tempi, gli stanno salvando la meritata quiete domestica.

Ditemi che non sono l’unica che quando legge un libro poi vorrebbe vedere sullo schermo esattamente ciò che la propria testa ha prodotto durante la lettura. Penso che questa mania accomuni un po’ tutti i lettori, anche quelli mediamente sani di mente. Puntualmente i film mi lasciano l’amaro in bocca e “il libro è sempre meglio del film” torna ad essere l’ovvietà numero uno, scalzata in estate solo da “non è tanto il caldo quanto l’umidità”. Ovviamente capisco che una sceneggiatura deve tendere alla semplificazione per rendere l’opera comprensibile a chi non ha letto il libro e per stare nei rigidi tempi del cinema, ma non significa che possa accettarlo.
La serialità televisiva con i suoi tempi dilatati si presta meglio dei film ad accontentare le mie manie in fatto di romanzi e tv, motivo per cui ho iniziato a guardare con interesse alle novità del piccolo schermo e sono rimasta molto soddisfatta delle due serie che vi consiglio di recuperare.


La casa degli spiriti e Cent’anni di solitudine, per certi versi, sono due romanzi molto simili nella loro diversità.

Innanzitutto abbiamo a che fare con due saghe familiari. La prima è ambientata in un luogo non specificato del Sudamerica che indubbiamente è il Cile del secolo scorso e segue la storia del Paese, dalle lotte politiche al golpe del 1973, attraverso gli occhi dei del Valle e dei Trueba, nell’arco di diverse generazioni. La seconda, invece, si svolge a Macondo, mitico villaggio colombiano. Qui si dipanano le vicende di sei generazioni di Buendía e anche qui la Storia con la esse maiuscola fa capolino tra le vicende della famiglia, tra rivoluzioni e imperialismo, rievocando eventi realmente accaduti.


A rendere preziose le due vicende è di certo il realismo magico di cui sono entrambe imperniate. Eventi straordinari e magici fanno capolino nel bel mezzo di vicende verosimili, incastonandosi alla perfezione nella quotidianità dei personaggi, dando la sensazione al lettore che sia tutto perfettamente possibile.
Le serie tv di Netflix e Prime Video, come dicevo, rendono giustizia a questi due splendidi capolavori prendendosi il giusto tempo per raccontare gli eventi. In più, in Cent’anni di solitudine c’è una fotografia stupenda, un’ottima colonna sonora e non ci sono pesanti stravolgimenti e semplificazioni. Nella Casa degli spiriti ho riscontrato qualche soluzione di comodo e meno realismo magico rispetto al romanzo, ma Prime è perdonato se consideriamo che il film saltava addirittura un’intera generazione.

A mio avviso di queste due serie tv se n’è parlato troppo poco. Non hanno trovato il grande riscontro del pubblico che invece meritano, pertanto vi esorto a recuperarle ora che l’estate volge al termine e l’autunno si avvicina, portando con sé i suoi divani e le sue copertine.

La casa degli spiriti si compone di otto episodi, uno più avvincente dell’altro. Amerete le donne, Clara, Blanca e Alba e detesterete Esteban. Gioirete e soffrirete con loro e con tutto il popolo cileno mentre ripercorrerete mezzo secolo di storia. Cent’anni di solitudine vi impegnerà parecchio con le sue due stagioni. Un secolo e sei generazioni non sono poca cosa ma alla fine tutti i nodi verranno al pettine e il cerchio si chiuderà lasciandovi come in un sogno. Sono sicura che vi rapirà fin dall’inizio. La serie infatti si apre con la voce fuori campo che recita l’incipit del romanzo di Márquez, uno dei più famosi di tutta la letteratura:
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. ”
Come non buttarsi a capofitto con un incipit così?
Vi lascio con un’ultima riflessione in chiusura. Chi non ha letto Cent’anni di solitudine, ma anche chi lo ha letto da troppo tempo, farà di sicuro un po’ di fatica a destreggiarsi fra i vari Aureliani e Arcadi che sembrano essere gli unici nomi possibili da attribuire alle sei generazioni dei Buendía. Proprio a causa di questa confusione, non ho potuto non farmi una personalissima idea che riguarda un particolare de La casa degli spiriti, romanzo che Isabel Allende scrive circa quindici anni dopo il capolavoro di Márquez. Clara del Valle, una delle protagoniste e memoria storica della famiglia, con i suoi “quaderni su cui annotare la vita”, quando dà alla luce i propri figli, è inflessibile sui nomi da dare loro. Non vuole che i nomi si ripetano di generazione in generazione, decisione che fa andare su tutte le furie il marito:
“Questo era troppo per me. Credo di essere esploso per la pressione accumulata negli ultimi mesi. Divenni furioso, dissi che quelli erano nomi da commercianti stranieri, che nessuno si chiamava così nella mia famiglia né nella sua, che almeno uno doveva chiamarsi Esteban come me e come mio padre, ma Clara spiegò che i nomi ripetuti creano confusione nei diari e rimase inflessibile nella sua decisione. ”
L’idea che mi sono fatta è che almeno in parte questa trovata di Isabel Allende possa alludere proprio al romanzo di Márquez ma questo è solo un mio modesto pensiero.
