Ho letto I Lázár di Nelio Biedermann

Ho letto I Lázár di Nelio Biedermann nonostante i pareri negativi che imperversano nel bokstagram e sono contenta di averlo fatto senza pregiudizi, facendomi guidare “solo” dalla voce di Patti Smith che dalla fascetta editoriale annuncia: «Un nuovo autore di grande talento è arrivato tra noi». Ve ne parlo in questo articolo.

I Lázár è l’esordio letterario di Nelio Biedermann, un giovanissimo autore svizzero di origini ungheresi, di appena ventuno anni. Hai capito la Gen Z? Sottovalutata e sbeffeggiata è invece pronta a darci grandi soddisfazioni.

Il romanzo è un viaggio nella Mitteleuropa del secolo scorso, al seguito di una famiglia aristocratica del vecchio mondo, i Lázár per l’appunto. Li seguiamo dalla fine dell’Ottocento al 1956. Cinquant’anni e tre generazioni. Vediamo Sandor, Lajos, Pista e tutti gli altri personaggi, attraversare la disgregazione dell’Impero austro-ungarico, la Prima guerra mondiale, l’ascesa del nazismo, il secondo conflitto, l’olocausto e la rivoluzione ungherese. La vicenda si dipana tra Budapest e il castello di famiglia immerso in un bosco che è personaggio vivo, inquieto e inquietante. Il fluire della grande Storia con il susseguirsi degli eventi tragici del secolo scorso sembrano incanalarsi in quel piccolo microcosmo che è il folto del bosco, presenza oscura che in un modo o nell’altro tocca tutte le generazioni dei personaggi. Da Imre che divora ed è divorato dai Notturni di Hoffmann a Ilona «sdraiata, fragile e minuta, su un letto di muschio». Il bosco cinge e quasi soffoca il castello in cui, una famiglia, che incarna un’intera classe sociale, l’aristocrazia, sta implodendo nella sua immobilità, travolta dalla Storia.

Da grande appassionata del «mondo di ieri», per citare le parole di Stefan Zweig, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di immergermi negli ultimi fasti dell’Impero e nella distruzione di un mondo che non c’è più.

Il romanzo è stato accostato a I Buddenbrook, l’esordio letterario di Thomas Mann che non ho letto, non ancora per lo meno e quindi non posso dire se l’accostamento sia più o meno condivisibile ma, ho sentito tanti pareri negativi in merito. In realtà, più che tanti pareri, ho sentito un’unica grande campana che è quella del bookstagram, totalmente ostile a questo romanzo. Non so, l’idea che mi sono fatta è che si tenda spesso a cavalcare le onde del consenso e i contenuti sembrano quasi venire fuori per moda. Biedermann ha un grande potenziale, ma ha ridotto all’osso una saga familiare che avrebbe avuto bisogno di delinearsi in una narrazione di più ampio respiro? Probabile! Funziona comunque anche senza dilungarsi per seicento e passa pagine? Io credo di sì. Credo che a ventuno anni, l’autore abbia davvero scritto un buon romanzo. Sicuramente non ha delineato personaggi e situazioni con la maestria di uno scrittore navigato. Lo ha fatto forse con fare ingenuo e impulsivo tipico della giovane età. Non trovo però corretto calcare la mano sul disappunto, perché è vero che non ci troviamo al cospetto della famiglia Moskat del premio Nobel Isaac B. Singer o della famiglia Karnoswski, dell’altro celebre fratello, ma quella di Biedermann è una saga familiare gradevolissima.

Penso che non sia intellettualmente corretto uniformarsi al “è troppo sbrigativo” facendo reel demenziali che ne cavalchino l’onda, seguendo il trend del momento per posizionamento. Peggio ancora scagliarsi contro per partito preso perché “su questo romanzo c’è un hype incredibile perciò, anche se non è male, lo stronco. È stato accostato a troppi capolavori”. Come se usare parole d’elogio nella quarta di copertina, non fosse una trovata editoriale che fanno pure per le peggiori schifezze, però con un giovane talento meritevole, no eh, non si può fare, per carità!

Mi sento di dirvi: “Dategli una possibilità!”. Se amate le saghe familiari ambientate nella Mitteleuropa del secolo scorso, che abitino nella Storia, senza essere “troppo” romanzo storico, farà al caso vostro. Quella di Biedermann è una scrittura asciutta, fatta di capitoli brevi che intrattengono. Di contro non vi nego che il romanzo resti quasi sempre in superficie in quanto a complessità dei personaggi. La fretta di passare da un’immagine a un’altra penalizza un po’ l’aspetto emotivo.

I Lázár, in fondo, non è un’opera della maturità, non credo abbia mai avuto la presunzione di esserlo, dato che è l’esordio di un promettente ventenne e non comprendo perché non gli si perdoni di aver scelto una storia ambiziosa e averla portata a casa al meglio delle sue possibilità. E se queste sono le sue possibilità oggi, con la maturità, cosa sarà in grado di scrivere? Azzardo un paragone che non c’entra nulla in termini di stile e di materia trattata ma è secondo me funzionale per ribadire il punto. Bret Easton Ellis a vent’anni esordisce con Meno di zero, romanzo a mio avviso non indimenticabile, ma che fa già presagire un futuro brillante. Quarant’anni dopo con Le Schegge torna a quella Los Angeles, a quelle atmosfere, a quel mondo lì e ci regala il capolavoro della maturità. Ora, io non so se con Nelio Biedermann bisognerà attendere quarant’anni ma, la produzione di questo ragazzo andrà seguita con molta attenzione.


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